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De.licio.us

di majortom (17/05/2005 - 12:20)

Salve. Purtroppo i continui problemi tecnici rendono sempre più difficili i contatti.

E un blog esiste per facilitare i contatti.

Quindi aria.

Da oggi sono su

rocksaloon.splinder.com

E ci saranno anche gli accapo.

Spero che mi seguirete come avete fatto finora.

 

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RICEVO E PUBBLICO DA.........

di majortom (13/05/2005 - 18:00)

Lady Stardust

Estratto da "la Repubblica delle Donne" (inserto di Repubblica) a firma di Alfredo d'Agnese.

"LE RAGAZZE DEL ROCK TORNANO ALLA CARICA
Uno dei più stupidi stereotipi legati alla cultura giovanile e alla musica è che il rock sia "roba da maschi". Per anni in effetti, Joni Mitchell, Janis Joplin e Carol King sono state eccezioni. Ma dagli anni '80 un gruppo di eroine hanno infranto quel tabù ( Tanita tikaram, Tracy Chapman, Toni Childs)...
Anche Tori Amos e Alanis Morissette....
Ma la scena femminile è in realtà molto più varia. Oggi ci si può infatuare delle atmosfere elettroniche, impastate di tradizione, proposte da Laura Veris o per il rock a tutto tondo di
Natalie Mechant....Dal pianeta America provengono personaggi  come Shelby Lynne o la provocatoria Fiona Apple o la californiana Anna Nalick...
E da Israele arriva Keren Ann.
Tra tante donne in misica, c'è perfino chi si è messa in testa di salvare il Rock'n'roll.
E' Juliette Lewis che ha messo su un gruppo (i Juliette and Licks) con cui vuole riprendere le fila del discorso iniziato da Pretenders, Talking Heads e Patty Smith."

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RICEVO E PUBBLICO DA...........

di majortom (13/05/2005 - 11:24)

Airid

 

C’è qualcosa di traviato nei romanzi dove si parla di musica. Se leggo una storia ambientata in un certo posto o in un certo momento storico non ho bisogno di saperli già, anzi acquisisco strada facendo delle piccole conoscenze e così penso che il Messico sia quel posto di Castaneda, poi di Malcom Lowry, di Paco Ignacio comesichiama etc..

Ma quando in un libro c’è la musica, la musica in realtà non c’è e tutto si costruisce intorno a una serie di riferimenti esterni. Si può mettere la musica in un romanzo senza suonarla?

Prendiamo New Thing di Wu Ming 1. A che cosa serve la musica lì dentro? E’ spesso interessante ma per quanto faccia parlare nientepopodimenoché John Coltrane, con le orecchie non si sente niente. Comunque mi dà fastidio che faccia parlare John Coltrane proprio perché conosco quello che suona.

Prendiamo Ente Nazionale della Cinematografia Popolare di Paolo Nori. Paradossalmente c’è molto il senso del blues (che vuol dire tristezza) e non un solo riferimento a un brano.

Prendiamo I veri nomi di Andrea de Carlo. Una storia che va per i fatti suoi e un cd allegato (che poi non sia un granché non c’entra).

(Non prendiamo Hi Fidelity, la cui playlist era per iniziati ma mi è piaciuto lo stesso).

Mi chiedo insomma come si possa scrivere di musica dal di dentro.

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DIRE o NON DIRE?

di majortom (12/05/2005 - 12:58)

Ho sempre pensato a loro come degli “emuli”.

Un incrocio tra Dylan, JJ Cale e Clapton, non necessariamente in quest’ordine.

Ho sempre pensato che lui cantasse troppo Zimmerman-oriented, che avesse la voce nasale, che fosse brutto e che il suo modo di suonare la chitarra fosse palloso.

Ho sempre pensato che si contornasse di mezze tacche, o per risaltare di più o perché per quel “sound” non erano necessarie tacche intere.

Ho visto anche un concerto nel 1981, ma mi è rimasta impressa solo la comitiva di “mortadellari” che avevo davanti.

Allora perché mi sorprendo continuamente a canticchiare i Sultani dello Swing e C'era una volta il west?

Perché quando parte il piano di Tunnel of Love o la chitarrina sghemba di Romeo mi emoziono?

E perché il Cammino della Vita, il Twist della piscina e Setting Me Up mi fanno partire la gambina?

Mr. Knopfler forse non ha inventato nulla e il mondo sarebbe stato lo stesso senza di lui.

Però è un artigiano del rock come ce ne sono pochi.

Di quelli che anche se usa materia prima di seconda mano, riesce a conquistarti il cuore prima del cervello. Che ti accompagna in giro senza prevaricarti, che ti offre una birra nel pub di tutti i giorni. Che ti dona la sua amicizia senza pretendere niente in cambio.

E' un piacere sapere di avere (almeno) cinque dischi che contengono una fonte di calore. Umano. Grazie Mark.

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ANNI '70

di majortom (09/05/2005 - 15:29)

........................."le cose erano più facili; le case discografiche pagavano anticipi più modesti e si permettevano di mettere sotto contratto qualsiasi cosa avesse i capelli lunghi, anche dei cani afgani"............................

NICK MASON - "Inside Out - la prima autobiografia dei Pink Floyd" Rizzoli 2005

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PERCHE' ESISTE QUESTO BLOG

di majortom (08/05/2005 - 01:44)

Ciao a tutti. Volevo solo ricordare "perchè" ho dato vita a questa creatura. Perchè amo la Musica e il Dialogo. Inutile ripetere che da Mediatrek è sempre più difficile comunicare facendo lo slalom tra coglionazzi e insulti vari. Quindi siamo qui, qualcuno dice addirittura che ci si trova bene. Spesso propongo i topic io, a volte qualcuno di voi mi manda qualcosa che io pubblico senza problemi. Siamo qui per parlare, scherzare, scambiarci notizie, pareri, esperienze. Sono geneticamente incline all'Ironia, figuratevi se mi scandalizzo per una battuta. Ma cerchiamo per favore di non superare mai il limite del buon gusto. Non permetterò mai che majorTom diventi Mediatrek 2. Grazie della collaborazione.

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IL MIO PRIMO DISCO DI ROCK

di majortom (05/05/2005 - 18:45)

Avevo 13 anni ed mi stava venendo la nausea per i troppi 45 giri da “Lelio Luttazzi Hit Parade”, unica mia fonte sonora dell’epoca oltre alle gare di rutti con gli amici.

Mi aggiravo per la città nervoso in cerca di qualcosa che desse uno scopo ed uno sfogo alle mie inquietudini interiori.

Donne? Non le conoscevo abbastanza, cioè tante ragazzine rompicoglioni che dopo averci flanellato ti facevano leggere Cioè a palla. Che palle.

Motori? Niente motorino fino a 14.

Calcio? Un tifoso del Milan a Firenze è di fatto un appestato e poi la squadra andava male, c’era anche lo sciagurato Egidio Calloni….

Cammina cammina mi imbatto in un negozio, ohibò, di dischi.

E vedo i faccioni in copertina. Un bel LP singolo con copertina apribile doppia, di quelli chissenefrega degli sprechi. Con 5 faccioni (2 e mezzo a copertina chiusa) discretamente sfavati ma in fondo simpatici. Il mio primo impatto coi Rolling si stava per manifestare in tutta la sua pienezza. Era BLACK AND BLUE, era il 1976 mi pare estate, era il mio primo vero disco di rock.

Nacqui così rockettaro per risposta alle mie inquietudini ed il Rock mi aprì le sue braccia ruvide come nessun altro avrebbe saputo fare all’epoca.

Ebbi lunghi periodi di bulimia spesi sui vari versanti, generi e sottogeneri. Scendendo financo nei baratri dell’hardcore metal, del dark,  e del punk.

Non persi mai però del tutto il contatto con la realtà, e quando ero indeciso se farmi crescere i capelli come Steve Harris o tagliarmeli come Robert Smith, era allora che tiravo fuori i 5 scapestrati e tornavo al “cuore” del rock.

Desiderai per lunghi anni essere una rockstar, ma poi il buonsenso prese il sopravvento e mi misi a studiare Economia. E via e via con la vita normale.

 

Però tengo ancora accanto a me, per i giorni bui, i 5 faccioni con tutto il loro portato di vita vissuta e con una manciata di canzoni che definire “straordinarie” è poco.

 

 

Hot Stuff
Hand Of Fate
Cherry Oh Baby
Memory Motel
Hey, Negrita
Melody
Fool To Cry
Crazy Mama

 

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OGGI SI INIZIA COSI'

di majortom (02/05/2005 - 10:48)

I would tell you about the things
They put me through
The pain I've been subjected to
But the Lord himself would blush
The countless feasts laid at my feet
Forbidden fruits for me to eat
But I think your pulse would start to rush

Now I'm not looking for absolution
Forgiveness for the things I do
But before you come to any conclusions
Try walking in my shoes
Try walking in my shoes

You'll stumble in my footsteps
Keep the same appointments I kept
If you try walking in my shoes
If you try walking in my shoes

Morality would frown upon
Decency look down upon
The scapegoat fate's made of me
But I promise you, my judge and jurors
My intentions couldn't have been purer
My case is easy to see

I'm not looking for a clearer conscience
Peace of mind after what I've been through
And before we talk of repentance
Try walking in my shoes
Try walking in my shoes

You'll stumble in my footsteps
Keep the same appointments I kept
If you try walking in my shoes
If you try walking in my shoes
Try walking in my shoes

Now I'm not looking for absolution
Forgiveness for the things I do
But before you come to any conclusions
Try walking in my shoes
Try walking in my shoes

You'll stumble in my footsteps
Keep the same appointments I kept
If you try walking in my shoes

You'll stumble in my footsteps
Keep the same appointments I kept
If you try walking in my shoes
Try walking in my shoes
If you try walking in my shoes
Try walking in my shoes

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ALIAS?.............

di majortom (28/04/2005 - 18:48)

Ricevo e pubblico dall'amico "CICCILLO TRECCASE"

 

LUCINDA WILLIAMS

26 gennaio 1953, Lake Charles, Louisiana.

Figlia di un docente universitario di letteratura, poeta e critico piuttosto noto, Miller (Larry) Williams, Lucinda ha passato la propria infanzia al seguito del padre, da un college all’altro del Sud, e perfino a Città del Messico e Santiago del Cile.

Ha iniziato a suonare e cantare a 12 anni, “folgorata” da Highway 61 Revisited (in seguito sarà più volte supporter di Dylan...)

Lucinda Williams non è un’artista “facile”. E’ ostinata tanto quanto è dotata di talento. In più di venticinque anni di carriera ha avuto tutta una serie di disavventure legali con le etichette per le quali ha inciso (praticamente una diversa per ogni disco!), perché ha voluto mantenere il controllo artistico sul proprio lavoro (niente sovraincisioni o altri “trucchetti” di studio, niente musichetta levigata pop-oriented, niente passaggi in “radio amiche” ecc.).

Ma questa ragazza della Louisiana è titolare di almeno tre fra le più belle canzoni mai scritte da una donna.

Right in Time, in puro stile Heartbreakers, con ben 2 chitarre a 12 corde (l’album da cui è tratta è co-prodotto da Roy Bittan, il professore, il grande organista “pelato” della E Street Band).

Passionate Kisses, che nella versione di Mary-Chapin Carpenter ha vinto il Grammy nel 1992.

Side of the Road, dell’88, che esprime il delicato sforzo di poter continuare ad essere se stessi anche in un rapporto a due, senza perdere la propria identità. È un must per chi sa apprezzare il grande songwriting. Anche la musica d’accompagnamento è stupenda. Infatti il brano compare anche nella mitica raccolta Women In Rock edita dalla rivista Rolling Stone. Esiste anche una versione del brano live, disadorna, solo voce e chitarra, assai meno gradevole, ma grazie alla quale si può meglio apprezzare il songwriting: Dylan (l’americano, non il gallese, più grande di lui, come poeta, ma esperto più di whiskey che di ballate…) ha detto che la vera “cartina di tornasole”, per capire se un brano sia veramente bello, è quello di eseguirlo prima solo voce e chitarra: se funziona, significa che è valido… E se lo dice il “Maestro”…

Side of the Road (L’ho tradotta io, talvolta ampliando il senso dei termini – un po’ scarni – usati da Lucinda)

You wait in the car on the side of the road

Let me go and stand awhile.

I wanna know you’re there, but I wanna be alone

If only for a minute or two.

I wanna see what it feels like to be without you,

I wanna know the touch of my own skin

Against the sun, against the wind.

I walked out in a field, the grass was high

It brushed against my legs.

I just stood and looked out at the open space

And a farm house out aways[1]

And I wondered about the people who lived in it

And I wondered if they were happy and content

Were there children and a man and a wife

Did she love him and take her hair down at night.[2]

If I stray away too far from you

Don’t go and try to find me

It doesn’t mean I don’t love you

It doesn’t mean I won’t come back

And stay beside you.

It only means I need a little time

To follow that unbroken line

To a place where the wild things grow

To a place where I used to always go.

Tu aspetta nell’auto, a lato della strada,

Lasciami andare (stare) e attendi ancora un po’.

Ho bisogno di sapere che tu sei là, ma voglio restare sola,

anche se per un paio di minuti soltanto.

Voglio provare come ci si sente a stare senza di te,

voglio sentire il contatto della mia pelle

contro il sole, contro il vento.

Mi sono inoltrata in un campo, l’erba era alta,

sfiorava le mie gambe.

Stavo là a guardare verso lo spazio infinito,

verso una cascina, lontana oltre ogni dire,

e fantasticavo sulla gente che vi abitava,

chiedendomi se fossero felici,

se ci fossero dei bambini, e un uomo e sua moglie.

Lei lo amava e si lasciava un po’ andare[3], la notte?

Se anche io vagassi lontano, troppo lontano da te,

non cercare di trovarmi,

non significa che io non ti ami,

non significa che io non voglia tornare

a stare accanto a te.

Significa solo che ho bisogno di un po’ di tempo

per seguire quella linea ininterrotta

che conduce al luogo dove prendono corpo le cose

incontrollate[4], un luogo dove sono solita andare.



[1] Gli avverbi hanno la forma plurale, negli States? Forse c’è un errore di stampa, una s in più...

[2] Credo manchi il punto interrogativo.

[3] Il dizionario dice che “sciogliere i capelli” è una modo per dire “lasciarsi andare”

[4] E’, insomma, una che sente “il richiamo della foresta” (nel senso londoniano del termine)

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Ricevo e pubblico dall'amico Henry (VIII?)

di majortom (27/04/2005 - 13:12)

RESISTENZA

 

A pochi giorni dal 25 aprile, due dischi appena usciti celebrano il tema della liberazione. Si tratta di “Appunti partigiani” dei Modena City Ramblers, e “Resistenza” degli Yo Yo Mundi. Due dischi tra loro diversi, a parte il tema comune: il disco dei MCR è una raccolta di cover, con un inedito, eseguite in coppia con artisti tra i più diversi, da Guccini alla Bandabardò, da Moni Ovadia agli Africa Unite, da Ginevra De Marco a Piero Pelù e così via. Il disco degli YYM è invece la registrazione di uno spettacolo tenuto a gennaio con la partecipazione di diversi attori e musicisti, dove la musica serve da accompagnamento a una “lettura scenica” di testi di diversi autori e testimonianze raccolte da chi ha vissuto quell’esperienza.

Lasciando per il momento da parte il giudizio critico sui due lavori, la domanda è: ha ancora senso proporre in un disco nuovo l’ennesima versione di Bella Ciao (in versione “slava” per i Modena, più tradizionale quella degli Yo Yo Mundi), una “Viva l’Italia” tutti in coro come gran finale (su entrambi i dischi), un testo straniero, per provincializzare un po’ (“All you fascists” di Woody Guthrie da una parte, “The Partisan”, già reinterpretata da Leonard Cohen, dall’altra)? Insomma, la solita operazione commerciale, che sfrutta questo anniversario, o un modo per rendere interessante per le nuove generazioni una parte del nostro patrimonio culturale? Ai posteri, ecc…

Ah, il giudizio critico: “Resistenza”, visto tra l’altro anche dal vivo, è sicuramente un’esperienza interessante, per conoscere meglio un gruppo ancora poco noto. E “Appunti partigiani”, beh, “L’ultima superstite”, da sola, per me vale l’acquisto…

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U-VOX

di majortom (26/04/2005 - 12:37)

Della serie “chi si ricorda?” Sorvolo sugli inizi John-Foxx-oriented. Belli, ma non erano i veri Ultravox. Troppo straripante l’influenza del leader, troppo evidenti i riferimenti sonori e stilistici (tra cui, as usual, il Duca e Eno).

E’ il periodo più “commerciale” che oggi volevo ricordare, quello col Midge. Contestabile finchè si vuole, una voce non proprio memorabile, ma un ottimo compositore e soprattutto un vero capobanda.

Un gruppetto di album da avere per forza, un paio storici, gli altri due di “complemento” ma godibili nel loro tentativo di colmare le cose lasciate in sospeso dai primi due.

VIENNA

Title track a parte (il classico “brano della vita”) vanta un impressionante setlist inziale. New Europeans - Private Lives - Passing Strangers - Sleepwalk. Quando ancora esistevano le “facciate”, questa fu una delle migliori.

RAGE IN EDEN

Una piccola “replica” con più calore e romanticismo. The Voice e I remember (death in the afternoon) restano pezzi memorabili.

QUARTET

Un disco molto più commerciale, con arrangiamenti che sono un po’ troppo roboanti, che si apre anche un filino di troppo alla Dance, ma che contiene comunque ottime realtà sonore come Reap The Wild Wind, Mine For Life, Hymn.

LAMENT

Più intimista e riflessivo, chiude la permanenza del gruppo nel “giro che conta”. Media, pubblico e classifiche d’ora in poi saranno lontane. Ma a noi restano tre canzoni bellissime (e relativi videoclip, campo dove gli Ultravox eccellevano): One Small Day, Dancing With Tears In My Eyes e la lenta struggente titletrack.

Molti storceranno il naso, i puristi della new wave per primi, i Foxxiani per secondi. Non oso pensare all’accoglienza degli USA-oriented. Per me certi pezzi sono e restano Belli. Per sviluppo melodico, arrangiamenti ed anche per una certa capacità visionaria dei testi

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UNA VOCE SOSPESA

di majortom (21/04/2005 - 16:18)

Il modo di cantare di Daryl Hall ha qualcosa di unico.

Malgrado fondi il suo know-how nella grande tradizione del Soul la sua capacità di modulare le note del cantato mentre oscilla sui toni alti ha qualcosa di unico. E che, a chi piace, tocca le corde più interiori.

Senza dilungarmi come mio solito sulla storia di uno dei "Duo" più famosi del ventennio 70-80, vi suggerisco alcune "chicche" del primo periodo.

  • Sarah Smile
  • Rich Girl
  • She's gone
  • Everytime you go away (poi remade by Paul Young)

Non pretendo che piaccia il genere ma fatele ascoltare lo stesso alle persone che amate o che vorreste amare.

Ne avrete feedback solo positivi.

 

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NINA SIMONE

di majortom (15/04/2005 - 17:50)

Ricevo e pubblico dall'amico Pepè LaMignotte al quale comunico che:

Purtroppo dei 5 argomenti inviatimi sono costretto a pubblicare questo soltanto per due motivi:

1) mancanza di spazio (gli altri 4 topic sono trattati da enciclopedia)

2) rispetto per il penultimo blogger pubblicato (aka bonzo)che altrimenti avrebbe visto letteralmente "sparire" dallo schermo il suo post.

Ometto per i medesimi motivi il materiale fotografico. Che non riesco, me tapino, a copiaincollare.

Nata Eunice Kathleen Waymon Tryon, North Carolina, 21 febbraio 1933, di origine mista, pellerossa e afroamericana e, per linea materna, in parte anche irlandese.

Da piccola mostra una precoce attitudine per piano e organo, tanto da convincere una signora a pagarle le lezioni di piano classico per un anno: così Eunice impara ad amare Bach.

L’insegnate arriva ad istituire un fondo cittadino per permetterle di proseguire gli studi. A otto anni si esibisce per la prima volta in pubblico. Intorno al 1950 la famiglia si trasferisce a Philadelphia, dove Eunice comincia ad insegnare per pagarsi gli studi. Qualche anno dopo suona in un club di Atlantic City, ed inizia anche a cantare, scegliendo un nome che unisce l’affettuoso appellativo datole da un amico spagnolo, Nina, con quello dell’attrice francese Simone Signoret,*** la sua attrice preferita.

Il successo le frutta un contratto discografico con la Bethlehem (King), per la quale incide il suo primo album, Little Girl Blue, nel 1957 (l’album uscirà l’anno successivo).

Nina, dotata di un’inconfondibile voce, con tonalità mascoline, è stata una delle maggiori cantanti di soul-jazz, una severa, eclettica racconteuse dai tratti “sacerdotali” (la chiamavano, non a caso, “the High Priestess of Soul”), nonché un’ottima pianista. Ha studiato pianoforte classico presso la Juilliard School of Music di New York, avvicinandosi in seguito a stili musicali diversi. Fin dagli anni Cinquanta, infatti, ha realizzato incisioni in bilico tra jazz, blues, soul, gospel, folk e pop, interpretando brani originali o appartenenti a un vasto repertorio di canzoni, da Jacques Brel, a Billie Holiday, a Bob Dylan.

Ha ottenuto il primo successo nel 1959 con una rilettura del classico di George Gershwin I Love(s) You Porgy.

Negli anni Sessanta ha maturato un forte impegno politico, che l’hanno portata ad appoggiare la causa dell’emancipazione dei neri americani (da ricordare, in particolare, Mississippi Goddam!, classico e commovente song per i diritti civili da lei composto, ispirato all’uccisione dell’attivista Medgar Evers in Mississippi e a quella di quattro ragazze nell’Alabama, e To Be Young, Gifted and Black, dedicato all’attivista Lorraine Hansberry, alla quale Nina era molto legata, morta nel 1965).

Forse la sua interpretazione più riuscita è quella del celebre brano scritto nel 1928 da Gus Kahn e Walter Donaldson, My Baby Just Cares for Me (1958, album Little Girl Blue).

E’ morta il 20.4.03, nella sua casa nel sud della Francia. Era ammalata da tempo. Aveva attribuito la sua decisione di vivere all’estero al razzismo vigente in America.

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BONZO'S TIME

di majortom (14/04/2005 - 17:09)

Ricevo e pubblico dall'amico Bonzo

 

“…Chrystal candy,bad tattoos

diet Coke and Disney blues

I'm so tired 

- kick off in the void -

let's get some weed and chill out to Pink Floyd”

 

Motorpsycho – The Other Fool (Phanerotyme).

 

Dalla Norvegia, una quantità enorme di materiale prodotto tra lp, ep e apparizioni su innumerevoli compilations a partire dal 1990, i tre Motorpsycho + friends rappresentano una tendenza, o per meglio dire, una linea di condotta  musicale descritta esattamente dalle loro stesse parole riportate qui sopra. Non si tratta di nessuna novità: temi classici e autori del passato rielaborati e/o rieseguiti (innumerevoli le cover) su un raggio d’azione che parte dal rock psichedelico della seconda metà degli anni 60 e arriva al post-hardcore della fine dei 90, con tutto quello che c’è in mezzo ( compreso l’hard, il country-rock, la lounge, il prog, il punk, ecc… ). Variazioni sul singolo tema cambiando oggetto dell’attenzione album per album. Arrivano addirittura a denominare un loro lavoro con lo stesso titolo di un classico di Sun Ra, “Angels & Demons at play”, in evidente segno di omaggio.

E’ un segno dei tempi, e dello stato di salute attuale del rock, e gli scandinavi l’hanno trasformato in un loro punto di forza.

Ora, sta a chi ascolta demonizzare, insultare, applaudire, godersi o ignorare questo ripiegarsi nel passato, farselo proprio e portarlo in giro per il mondo.

 

http://motorpsycho.fix.no/

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The dark side of HR&HM

di majortom (11/04/2005 - 12:42)

Una giornata di pioggia uggiosa.........un pò di malinconia latente............qualche pensiero ricorrente........insomma è tempo di ROCK BALLAD!

Anzi di rock ballad di gruppi hard&heavy, chissà perchè i più prolifici ed efficaci in questo genere di canzoni.

Ce ne sono di famosissime ma anche di "minori", di nascoste, ma non per questo meno belle.

Ve ne sparo 5 nella speranza che qualcuna vi sia sfuggita.

"Showdown" dei duri e puri RIOT

"Alone Again" dei glamorous DOKKEN

"The Price" degli insospettabili TWISTED SISTER

"Paradise" dei complicati e contorti TESLA

"Every rose has its thorn" dei fancazzisti e pornomani POISON

 

 

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CURE MIRACOLOSE

di majortom (04/04/2005 - 12:36)

Certe volte dimentico quanto siano stati importanti i ragazzi di Robert Smith.

Senza rompere i maroni con analisi storico-socio-musicali vi posto un testo di un brano che non è tra i “grandi classici” del gruppo ma che rappresenta una ragione in più per amarli. E che mi ha costretto a riflettere ed aprire gli occhi su una persona della quale mi ero invaghito. Quasi autobiografico.

 

HOW BEAUTIFUL YOU ARE

DA “Kiss me kiss me kiss me”

 

You want to know why I hate you?
Well I'll try and explain...

You remember that day in Paris
When we wandered through the rain
And promised to each other
That we'd always think the same
And dreamed that dream
To be two souls as one

And stopped just as the sun set
And waited for the night
Outside a glittering building
Of glittering glass and burning light...

And in the road before us
Stood a weary greyish man
Who held a child upon his back
A small boy by the hand
The three of them were dressed in rags
And thinner than air
And all six eyes stared fixedly on you

The father's eyes said "Beautiful!
How beautiful you are!"
The boy's eyes said
"How beautiful!
She shimmers like a star!"
The child's eyes uttered nothing
But a mute and utter joy
And filled my heart with shame for us
At the way we are

I turned to look at you
To read my thought upon your face
And gazed so deep into your eyes
So beautiful and strange
Until you spoke
And showed me understanding is a dream
"I hate these people staring
Make them go away from me!"

The father's eyes said "Beautiful!
How beautiful you are!"
The boy's eyes said
"How beautiful! She glitters like a star!"
The child's eyes uttered nothing
But quiet and utter joy
And stilled my heart with sadness
For the way we are...

And this is why I hate you
And how I understand
That no-one ever knows or loves another
Or loves another

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CLASH: VOGLIA DI COERENZA

di majortom (30/03/2005 - 16:31)

Difficile trovare un simile equlibrio tra songwriting, presenza scenica, profondità di contenuti e prese di posizione granitiche.

Chiunque, nel mondo della musica, ha ogni tanto “ceduto” qualcosa o alle classifiche o allo star system. Loro no, duri e puri. E il pubblico gliel’ha giustamente riconosciuto.

Inutile fare la carrellata dei loro brani memorabili, meglio limitarsi a riassumere il “piccolo” contributo che hanno dato alla storia della musica.

Hanno fatto esplodere il Punk assieme ai Sex Pistols. Però il loro primo omonimo album è cento volte più vero e sentito di NevermindthebullocksconMalcolmMcLaren. Se ne sono allontanati appena il movimento ha perso la sua ragion d’essere: la rottura degli schemi.

Così sono andati alla ricerca-esplorativa del Rock, in tutte le sue varianti. E dato alla luce il vero Bignami del rock moderno, più comunemente conosciuto come London Calling. Una specie di Exile On Main Street dieci anni dopo. Però con la metabolizzazione del decennio dei ’70, che i Rolling ancora devono tentare di capire.

Assolto il loro compito di recupero filologico hanno guardato oltre il Rock e hanno generato forse il primo vero album di World Music: il monumentale, epico, immarcescibile Sandinista!. Da cui ancora oggi i vari Manu Chao e Noir Desir pescano a piene mani senza costrutto alcuno.

Perché i Clash, con Sandinista!, hanno dato voce ai popoli del terzo mondo più di quanto abbiano mai fatto tutti i musicisti in odor di No Global.

Poi arriva l’era del declino, ma l’ultima zampata è rigorosamente da leoni. Combat Rock è un album intenso e enormememte visionario che mette insieme imperialismo, medio e estremo oriente, anticipando di circa venti anni buoni i grandi temi che oggi tutti stiamo vivendo. 

In tutto questo la logica di sostegno al big match Oppressi vs. Sfruttatori di qualsiasi genere (economico, militare, psicologico) non è mai stata abbandonata neanche per una virgola. In tutto questo hanno messo passione vera. Di  tutto questo Joe non ha mai visto e mai vedrà alcun beneficio economico adeguato al clamore suscitato dalla sua opera. E per tutto questo nel nostro cuore rimarrà sempre uno spazio a loro dedicato, rigorosamente abusivo e non regolamentato.

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EMOZIONI

di majortom (22/03/2005 - 12:58)

Ebbene sì, sono un rockettaro, parzialmente metallaro, ma anch'io ho la mia dose nascosta di cuore tenero. Spero di essere in buona compagnia.

Volevo fare un blog serio su Reginald Kenneth Dwight, ma la materia è talmente vasta che me la cavo per il momento con un piccolo cameo: i versi finali (la musica sul blog non mi riesce di passarvela) di una delle più belle canzoni che mai furono partorite.

"There are women and women

And some hold you tight

While some leave you counting

the stars in the night"

 

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RICEVO E PUBBLICO DALL'AMICO ANDY

di majortom (17/03/2005 - 20:00)

Tangerine Dream (Kosmische-Musik)

 

Berlinesi, cominciano a suonare nella seconda metà dei ’60. Inizialmente suonano molto ispirandosi ai Pink Floyd, e si sente. Nel  primo disco la line-up comprende anche Klaus Schulze, come percussionista, che diventerà in seguito una colonna portante della musica elettronica tedesca. Il suono, pur virato all’elettronica, è molto derivato dai PF.

Ma il gruppo si sfascia. Rimane soltanto Edgar Froese,  che sarà nei TD fino ai nostri giorni. Entra Chris Franke (che rimarrà fino all’87) e poi successivamente Peter Baumann. Questa line-up darà vita ai migliori album di Kosmische-Musik.

Le atmosfere sono realmente spaziali, dilatate. E’ musica che evoca immagini, sensazioni molto espanse, dilatate. Quasi psichedeliche, ma in maniera diversa dai gruppi storici del genere. Continuano i richiami a certi PF,  ma oramai la virata nel mondo dei sintetizzatori è totale. Banchi di tastiere e synth occupano il palco durante le esibizioni. Il VCS3 è sfruttato a fondo, la ritmica sintetica è trascinante, che ben si accompagna alla linea melodica che unisce le lunghe suite prodotte. Cominciano le collaborazioni alle soundtrack di film, dove la loro musica si integra perfettamente.

Seguirà, dal  ’77, un continuo cambio di formazione, dove viene riproposto l’uso di strumenti “tradizionali”, addirittura la voce (Ciclone ’78), l’abbandono delle suite. La fenice risorge con Tangram nell’80, ritrovando la vena elettronica. Poi, di nuovo posto a brani più pop/new-wave. Molte colonne sonore e dischi live, ma il sentiero è ormai perduto.

Dopo la defezione dei membri storici (Franke in particolare), c’è una virata più danzereccia. Oggigiorno i TD sono formati da Froese padre e figlio.

Curioso, il figlio già appariva in tutte le copertine dei dischi nei ’70, piccola icona nascosta qua e là nell’artwork, curato dalla moglie di Edgar.

Nei gloriosi anni ’70, i vari membri dei TD, nonché quelli che avevano abbandonato il gruppo, pubblicarono e produssero parecchi dischi, sempre sul filone cosmico. L’elettronica tedesca era un fenomeno diffuso e anche variegato, con Schulze che sviluppava il viaggio cosmico e i paralleli Kraftwerk con i loro suoni androidi; si ebbe una diramazione in Francia con J.M. Jarre, figlio d’arte, dove però le sonorità erano più pop; sonorità più sinfoniche da parte di Vangelis.

Negli anni ’90, tale musica decade, sopraffatta dalla techno e dai campionatori. E’ finita l’era della sperimentazione a “girar manopole”, loop di sequencer e quant’altro. I suoni non si inventano più, si copiano. E si arriva ai giorni nostri, con Prodigy, Chemical Bros, Moby e altri. Ma non c’è più quell’atmosfera magica; l’astronave ha finito il propellente e vaga silenziosa nello spazio infinito.

 

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HR & HM

di majortom (14/03/2005 - 10:36)

Ci sono canzoni che oscillano tra banalità e eccellenza.

Ci sono generi musicali sempre in bilico tra mito e ridicolo.

Ci sono gruppi sempre borderline tra uno “strepitoso” e il tarcisiano “minchia che ridere”.

Ovviamente tutto va contestualizzato. Non si possono paragonare i Kiss a Frank Zappa, se non per l’estrema volgarità. Non si possono giudicare i Judas Priest bollandoli come “teste di cuoio” senza dedicare loro un minimo di attenzione.

Partiamo quindi senza preconcetti, please.

Sono arrivati dopo la prima onda hard rock (Deep, Zep, Sabs) quando già s’intravedevano le prime luci della disco music e i primi rigurgiti verdi del punk. Mentre i mostri sacri si avviavano mesti verso l’inizio del tramonto.

Dopo alcuni album di “comunicare posizione” (facciamo gli Zep o i Sabs?) hanno preso le misure definitive.

Con STAINED CLASS hanno probabilmente firmato l’inizio del rock duro moderno. Inventando uno stile bi-guitaristico strepitosamente godibile e applicandolo ad arrangiamenti e composizioni innovative (per quanto si possa parlare di nuovo nel genere hard&heavy).

Con BREAKING THE LAW hanno, di fatto “definito” il nascente "heavy metal", declinandolo in svariati sotto-generi (es. lo speed metal di Rapid Fire) e facendo capire ai vari nuovi arrivati della NWOBHM di cosa si stesse parlando.

Con SCREAMING FOR VENGEANCE hanno probabilmente raggiunto l’apice del rock duro allargando lo schema di gioco a sonorità "stelle e strisce" e ad architetture compositive di tipo anthemico che hanno fatto storcere il naso ai puristi ma in realtà dimostravano il loro sapersi muovere a 360°.

Con TURBO (disprezzatissimo dai fan della prima ora, ma fondamentale) hanno mostrato una delle possibili vie d’uscita dalla ripetitività del rock duro. Pezzi come la title-track e Out in the Cold sono modernissimi e inquietanti nel loro massiccio utilizzo di synth-guitar.

Sorprende ancora oggi ascoltare i toni inarrivabili di Mr.“Outing” Halford (probabilmente il primo ed unico metallaro ad aver apertamente dichiarato i propri gusti sessuali omo) o le sciabolate di KK Downing, chitarrista poco ortodosso quanto innovativo e dissonante, o lo stile rigoroso ma liricamente eccelso di Mr.“Riff” Tipton.

 

E’ solo rock duro, lo so e lo sappiamo tutti.

 

Ma da pochi giorni i JP sono tornati in formazione originaria dopo 15 anni con un nuovo lavoro.

 

Sto pensando cosa fare al riguardo, visto che nel frattempo i miei gusti e conoscenze musicali si sono allargati a dismisura ed ho in parte imparato a dare il giusto peso alle cose, inserendo i vari contesti in ambiti ancora più grandi.

 

Ma chi mi conosce sa già come mi comporterò…..

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